Quando un leone va a Legoland...

Quando ero piccolo, sulle allora reti Fininvest c’era Ciao Ciao all’ora di pranzo. Condotto da Four e Giorgia Passeri, prima, e poi da Paola Tovaglia (purtroppo volata lassù a 29 anni). Four a me piaceva un sacco, forse perché aveva una voce meno stridula di Uan o forse perché all’ora di pranzo ero così felice di far festa, ogni giorno, dopo la scuola. È con la loro sigla, che ho conosciuto Legoland.

I Lego. Wow, wow, wow.

Un parco tutto di Lego. Wow, wow, wow, wow.

Niente macchinine, zero soldatini, i videogame stavano ancora per arrivare nella mia vita. Le Barbie le adoravo ma non si poteva dire in modo troppo esplicito. Però i Lego erano politically correct e semplicemente li adoravo.

Gioia #6 –  Giocare con i Lego (o andare a Legoland)

Perché non cogliere questo ponte di Halloween (ah ma non era quelli di Ognissanti?) per riaprire quegli scatoloni in cantina e rovesciare una montagna di mattoncini sul tappeto? Perché non andare in un qualunque negozio (ormai li vende pure la Hoepli) e comprarne una scatoletta? Perché non arrivare in ufficio con i Lego sottobraccio e sostituire, oggi, la pausa caffè con una giocata di gruppo con i Lego? O perché non suggerire al nostro capo di sostituire il prossimo noiosissimo corso con una sessione di Lego Serious Play?

Io oggi me ne vado a Legoland, in Germania. Il parco originale è a Billund, in Danimarca, ma questo è proprio a portata di mano, a una manciata di ore da Verona, a un’oretta da Monaco. E non vedo l’ora di prendere almeno una scatoletta con il foglio delle istruzioni, le bustine di plastica trasparente (che ai nostri tempi erano bucherellate), incastrare i primi mattoncini, accendere lo stereo e mettere lo smartphone in “non disturbare”. Il gioco è una cosa seria.