Quanto Basta a Mestre e la loro vellutata da oscar

Ieri ho pranzato da Quanto Basta, un baretto a Mestre che ho trovato su TripAdvisor mentre ero di passaggio. È il posticino come ce ne sono mille anche a Milano per la pausa pranzo. Anzi no. Perché la loro cremosa di cavolo e verza era deliziosa da svenire (“impacchettata” in un menu a 7 € con altre cosine buone buone). Perché loro sono gentili e amano spiegare quello che cucinano. Perché con il caffè hanno messo anche un biscottino. Piccole attenzioni che ridanno dignità, valore e calore al cibo, che lo rendono di nuovo nutriente, per la pancia e per il cuore. 

L’abbuffata dietro l’angolo

Stamattina, per riportarmi alla realtà, ho letto un articolo scritto da Luigi Rubinelli riguardo la correlazione tra prezzo e valore dei prodotti. Niente di nuovo sul fronte occidentale, per carità. Eppure ha toccato un tasto che mi sta molto a cuore.

Impegnati come siamo a sfondarci di sushi negli all you can eat a 15€, a comprare al discount un etto di prosciutto che costa meno di un caffè, a insaponarci con mega-confezioni di shampoo da 1 litro, abbiamo perso di vista:

a) Perché lo facciamo

b) Cosa contiene ciò che acquistiamo

c) Il piacere di gusto, olfatto, tatto, vista

Le mie amiche già nell’adolescenza ridevano alla nostra ossessione tutta maschile di chi ce l’ha più lungo, dicendo che “è più importante come lo usa”. Poi alcune hanno ritrattato negli anni, ma questa è un’altra storia. La stragrande maggioranza è rimasta ferrea nel saper distinguere qualità da quantità e nel provare più piacere grazie alla qualità.

Un bel film non può concorrere in durata con l’immenso catalogo di Netflix.

Un album fichissimo è più gratificante di mille canzoni insipide, anche se facilmente accessibili, su Spotify.

Nel caso dello streaming, però, siamo ancora in grado di distinguere cosa ci provoca piacere e cosa no. Nel caso delle abbuffate da marketing cibario o cosmetico, invece? Accade di peggio: gli effetti collaterali delle nostre azioni accadono spesso lontano da noi nello spazio (vedi cosa ci racconta Slow Food) e nel tempo (i nostri corpi sono così belli da rompersi a poco per volta, in modo quasi impercettibile).

Eccoci, i polli.

Invito tutti a guardare questa clip di 3 minuti. È tratta da un documentario che ho rivisto più volte, Food Inc, incredulo che il pollo della pubblicità in realtà fosse cresciuto con questa modalità. Meno male che è un documentario che si riferisce agli USA perché invece da noi… Accade praticamente la stessa cosa. Almeno costa poco. Aha.

E se iniziassimo, almeno, a leggere le etichette di quello che stiamo per comprare?